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Una panchina che riconcilia

di Carlotta Rocci

Una panchina che riconcilia

Un architetto ci apre le porte di casa sua attraverso un racconto intimo in cui progetto, scelte materiche e vita quotidiana si intrecciano, rivelando il lato più personale dell’architettura

Mi definisco un city user. Il mio spazio è la città. I miei luoghi si scoprono camminando, lentamente, a piedi. Nei paesaggi che progetto le panchine ci sono sempre, perché fermarsi è parte dell’abitare. Al Parco Nord di Milano, sulla Montagnetta progettata con Francesco Borella, c’è una panchina che chiamo degli innamorati. Da lì la città cambia prospettiva. Non è più solo ciò che attraversiamo ogni giorno, uno spazio a tratti faticoso, ma un paesaggio che si apre allo sguardo, il tramonto sulla città densificata di Bresso, che trent’anni fa non era ancora niente. Ci si astrae dal luogo della fatica e lo si vede diventare il suo opposto. Nel parco cerco anche una seconda panchina, più a nord, affacciata su un bosco che avanza per centinaia di metri. Uno spazio vuoto che non è mai davvero vuoto: è una superficie di proiezione, sempre piena di ciò che portiamo con noi. Sono luoghi che cambiano con gli anni – la natura cresce, si trasforma – ma la percezione che offrono rimane intatta. Come suggeriva James Hillman, le città si scoprono anche attraverso nuove forme di percezione. Quel dialogo tra costruito e paesaggio restituisce equilibrio

Articolo pubblicato su Casa Naturale di luglio – agosto 2026

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