Acqua rubata: il fenomeno del water grabbing

Acqua rubata, deviata, prosciugata, imbrigliata da dighe, controllata da attori potenti, contaminata e resa imbevibile, inservibile per la vita. Dovrebbe essere un diritto inalienabile, indiscutibile. Eppure anche l’acqua si può rubare, e in tanti modi. Per interessi politici ed economici. Ai danni di agricoltori, privati cittadini, comunità o intere nazioni, quasi sempre le più povere. 

Il fenomeno, certo non nuovo e con complesse implicazioni ambientali, sociali e geopolitiche su scala globale, ha oggi un nome: “water grabbing”. Mutuato dal più noto “land grabbing”, il neologismo dà il titolo al primo studio italiano di ampio respiro sul fenomeno dell’accaparramento di risorse idriche. 

Il volume, edito da Emi, è frutto di parecchi anni di viaggi e indagini del giornalista Emanuele Bompan e della ricercatrice Marirosa Iannelli, che tracciano una vera e propria mappa delle diseguaglianze idriche in un mondo sempre più assetato. Le risorse diminuiscono, a causa del cambiamento climatico, dello scioglimento dei ghiacci e delle frequenti siccità, mentre l’impennata demografica conduce a un aumento del fabbisogno alimentare, quindi idrico, e a un’economia insostenibilmente idrovora. 

Dal Mekong all’Etiopia, dal Sud America al Bangladesh, fino al Nepal e ai ghiacciai del Nord America, Bompan e Iannelli raccontano di dighe mastodontiche che sommergono villaggi, di miniere che avvelenano le falde, di eserciti che controllano le fonti. Di un mondo che si avvia pericolosamente verso un’epoca di guerre per l’acqua. 

di Giorgia Marino, foto di Giada Connestari

 

© Riproduzione riservata