Guida alla scelta dell’impianto a biomassa

di Redazione Casa Naturale

Nel 1997, quando il protocollo di Kyoto, sottoscritto da oltre 180 Paesi, ha messo sotto la lente d’ingrandimento il problema del cambiamento climatico, le fonti di energia rinnovabile hanno assunto un nuovo ruolo come “ricetta” per limitare una catastrofe annunciata. Lo sfruttamento delle biomasse (che già era nella cultura di molti Paesi) è diventata una nuova strada da percorrere.

Del resto, accendere un fuoco è stato uno dei gesti più antichi dell’umanità. Aumentare la presenza di foreste, sfruttare economicamente la filiera del legno (in modo controllato e senza scatenare concorrenze fra chi produce combustibili e chi pannelli per finiture e arredi) è una scelta “green”. Sostenibile.

Le bioenergie rappresentano oggi i 3/4 dell’energia prodotta da FER (fonti energetiche rinnovabili) e contribuiscono in modo strategico al raggiungimento degli obiettivi della quota rinnovabile al 2020. L’Italia è fra i Paesi che “brillano” per la produzione di impianti efficienti, ad altissima tecnologia e con un alto grado di design. Il 24% della popolazione usa la tecnologia a biomassa per scaldarsi: gli impianti installati sul territorio nazionale sono oltre 11 milioni (fino a 35 kW). Il settore è incentivato dallo Stato, anche per i privati, che possono beneficiare dell’ecobonus o del Conto Termico per sostituire la vecchia caldaia.

Tuttavia, la legna per produrre calore arde. Ogni combustione, anche quella di materiali naturali e incontaminati, produce composti potenzialmente tossici. Le polveri sottili che inquinano l’aria e provocano danni gravi alla salute hanno, fra i responsabili, anche le biomasse vegetali. La legna raccolta nel bosco e bruciata fa-da-te o l’uso di impianti datati e non revisionati è un comportamento che non ha nulla di “eco-friendly”. Più che in altri settori, le parole “controllo”, “qualità”, “efficienza” e “certificazione” sono i driver che fanno la differenza. E che proteggono la natura e l’uomo.

Quale impianto scegliere?

Le soluzioni che offre il mercato sono molteplici. La tecnologia giusta va installata in funzione delle dimensioni e delle caratteristiche dello spazio da riscaldare.

La caldaia

È il sistema più classico, che consente di riscaldare tutta la casa, compresa l’acqua sanitaria. È compatibile con gli impianti a pavimento e integrabile con sistemi di solare termico per la produzione di energia.

La stufa o il caminetto ad acqua

In case al di sotto dei 100 metri quadri, consente di riscaldare tutta l’abitazione e l’acqua sanitaria. In alternativa, rappresenta un ottimo sistema per integrare un impianto centralizzato tradizionale.

La stufa o il caminetto ad aria

È una tipologia di impianto utile quando la necessità è quella di riscaldare un’unica stanza o un ambiente limitato. Rispetto alla caldaia, offre buone soluzioni di design, a un costo più contenuto.

La stufa a lento rilascio e ad accumulo

È un apparecchio molto voluminoso, in maiolica o pietra ollare, che consente di accendere il fuoco una sola volta al giorno e funziona anche su volumi superiori a una stanza. È in grado di immagazzinare il calore e rilasciarlo gradualmente.

I combustibili: legno, pellet, cippato

Fondamentale è l’acquisto di materiale certificato e di qualità. Non solo per garantire la migliore resa in termini di calore prodotto a parità di materiale impiegato, ma anche per contenere l’impatto ambientale.

La legna

Ad oggi rappresenta ancora la principale fonte di alimentazione degli apparecchi a biomassa. Si classifica in tre categorie (A1, A2 e B) sulla base del contenuto idrico e della dimensione. Si può acquistare fresca o essiccata, sfusa o in bancali. La scelta dipende da molti fattori, non ultimo la disponibilità di un luogo per lo stoccaggio. La legna fresca costa meno, cioè circa 120 euro a tonnellata. Quella essiccata arriva anche a 150 euro. La convenienza, tuttavia, non si calcola a peso, ma a resa. Un Megawatt/ora prodotto con legna fresca costa 52,2 euro, a fronte dei soli 36,7 della legna essiccata. Lo svantaggio è la minore praticità: molti impianti necessitano di essere ricaricati a brevi intervalli. L’auto-approvvigionamento è sconsigliato: bruciare materiale non controllato può essere dannoso per l’ambiente e la salute.

Il pellet

È un composto di segatura di legno vergine, essiccato e compattato. A parità di volume, produce più calore della legna da ardere e del cippato, ma è più caro. Sta comunque crescendo l’impiego: oltre il 70% degli apparecchi domestici di recente installazione è alimentato da pellet. Si compra solitamente in sacchi da 15 chili o in bancali da una tonnellata: un chilo equivale, in linea teorica, a un’ora di combustione. Il costo varia a seconda della qualità (tre, le categorie), dell’essenza legnosa e del periodo dell’anno (scende fra maggio e luglio): in media, siamo fra i 4,80 e i 5,50 euro. Indubbi i vantaggi, in termini di praticità e frequenza di ricarica. È importante acquistare un prodotto certificato ENplus, schema internazionale che certifica qualità e tracciabilità del combustibile.

Il cippato

È un legno sminuzzato in scaglie e si produce da tronchi, ramaglie e porzioni di piante. Si può utilizzare soltanto nei sistemi a caldaia e conviene su impianti di media-grande potenza, da almeno 40 kW termici. Necessita di un locale apposito di stoccaggio, dimensionato sulla base dei consumi della caldaia. Per via dei costi di trasporto, scegliere questo combustibile conviene se il produttore professionale opera in un raggio di 70-100 km. Il cippato si divide in quattro categorie, dalla più scarsa alla più pregiata: B, A2, A1, A1plus. I costi variano: nel caso di impianti performanti, si può optare anche per un prodotto di gamma inferiore. Più l’impianto è piccolo, più occorre utilizzare un combustibile di qualità.

Quando, come, a quale prezzo

Fonte: Aiel Associazione Italiana Energie Agroforestali – http://www.energiadallegno.it


Ex novo, in sostituzione di un impianto esistente o ad integrazione di una caldaia: la biomassa è una tecnologia flessibile a diversi utilizzi. L’investimento iniziale è in genere corposo, ma il risparmio arriva sulla gestione.

Cambiare la vecchia caldaia

È una scelta possibile. Termosifoni, impianti a pavimento e tubature in genere non necessitano di essere adattate alla nuova tecnologia. Esistono, tuttavia, alcune controindicazioni. Per esempio occorre trovare lo spazio accanto alla caldaia per l’accumulo termico, ovvero un serbatoio coibentato, in grado di contenere l’acqua calda, non indispensabile negli impianti tradizionali. Per farsi un’idea, a una caldaia da 20 kilowatt servono circa 1.000 litri, cioè un metro cubo. È necessario poi avere uno spazio per lo stoccaggio della legna e del pellet.

Integrare un impianto esistente

Il caso tipico è la classica stufa – a pellet o a legna – che ciascuno può installare nel punto della casa che desidera scaldare in modo aggiuntivo. Una soluzione utile, specie se l’immobile è di grandi dimensioni. In aree particolarmente fredde e in case recenti, è ottima la combinazione stufa a biomassa-solare termico, dove la prima scalda la casa e il secondo produce acqua sanitaria.

Per un edificio di nuova costruzione

Le biomasse possono essere una scelta azzeccata anche per un edificio di nuova realizzazione, specie se costruito per garantire la minor dispersione energetica. Qualche cifra? Con una caldaia automatica, installata in una casa da 150 metri quadrati e dotata di riscaldamento a pavimento e dei migliori standard energetici, possono bastare 200 euro di pellet l’anno. Ciò è possibile perché l’impianto lavora a bassa temperatura, è estremamente funzionale e ha bassissimi costi di esercizio.

Installazione e manutenzione

Per quanto riguarda l’installazione, il fai-da-te è del tutto sconsigliato. Anche una piccola stufa non dovrebbe mai essere posata autonomamente: meglio incaricare un tecnico abilitato dalla Camera di Commercio e in possesso dei requisiti di aggiornamento, che rilasci la certificazione di conformità e il libretto di impianto.

Attenzione alla canna fumaria: è importante che operi a regola d’arte, perché ogni anno, secondo i dati forniti dall’Aiel, si registrano circa 10mila incidenti, più o meno gravi, dovuti a installazioni non conformi.

La manutenzione degli impianti, siano essi caldaie o stufe, andrebbe svolta periodicamente. È importante sia per mantenere alte le prestazioni, che per garantire la sicurezza operativa della stufa o della caldaia. Molte stufe dispongono di sistemi in grado di tenere pulito il bruciatore: nonostante ciò, è consigliato sempre provvedere a rimuovere cenere e polvere o altri resti di combustione.

Quanto costa?

Passare alle biomasse comporta vari vantaggi economici. Prima di tutto, i costi di esercizio sono bassi, perché a parità di resa il combustibile costa meno rispetto alle fonti tradizionali. Basti pensare che il legno costa circa 44 euro al Megawatt/ora, a fronte dei 127 del gasolio e dei 234 del gpl. Per contro, gli impianti richiedono un investimento maggiore di acquisto: circa il triplo rispetto a un sistema tradizionale. Per una caldaia a biomassa in una villetta monofamiliare si spendono

circa 15mila euro. In un condominio da 10 alloggi, si arriva anche a 50mila euro.

La convenienza dello switch energetico si calcola in base alle proprie spese di gestione: se per esempio con soli 1.000 euro l’anno è possibile alimentare una caldaia a metano, convertirsi può non essere la strada giusta. In sintesi: più i consumi di partenza sono alti, più conviene passare alle biomasse. Per questo motivo, in zone temperate, dove la necessità di scaldare è moderata, legno o pellet risultano meno indicati. È importante tenere conto che, nel caso delle conversione di vecchi impianti, è possibile accedere agli incentivi e alle detrazioni fiscali.

Gli incentivi fiscali per le biomasse

Le biomasse sono considerate fonti rinnovabili e chi le installa ha diritto a un sostegno economico da parte dello Stato. Le sono due: la detrazione fiscale dell’ecobonus o il contributo del conto termico. Solo quest’ultima misura mette sul piatto, per i privati, oltre 700 milioni l’anno.

L’ecobonus

«Le detrazioni consentono di scalare dalla propria dichiarazione dei redditi, per dieci anni, parte dell’investimento sostenuto per l’installazione dell’impianto. Per esempio, spendendo 10mila euro per sostituire la mia vecchia caldaia a gasolio con una a biomasse, potrò rientrare di 650 euro l’anno, per un totale di 6500 euro».

Illustra Domenico Prisinzano, tecnico dell’Enea, l’agenzia nazionale per l’energia.

Per poter beneficiare delle detrazioni bisogna rispettare due condizioni. L’immobile deve essere accatastato o in corso di accatastamento e deve essere in regola con il pagamento dei tributi. L’intervento può essere sia una sostituzione di un vecchio impianto che una nuova installazione su un edificio già esistente. L’impianto deve inoltre garantire determinate prestazioni: un rendimento utile nominale minimo di almeno 85% (il parametro deriva dalla somma di diverse caratteristiche dell’impianto), il rispetto delle normative locali sulle emissioni di particolato (che variano per ciascun Comune) e la conformità alle classi energetica A1 o A2. Ai sensi del comma 347 della finanziaria 2007, per accedere alle detrazioni è necessario, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, inviare all’Enea una scheda informativa dell’intervento effettuato.

È importante conservare l’asseverazione dei requisiti firmata da un tecnico abilitato o, in alternativa, di una dichiarazione del direttore lavori circa la conformità del progetto. Inoltre, occorre mettere da parte le fatture relative alle spese sostenute, la ricevuta del bonifico di pagamento che rechi in causale il riferimento alla finanziaria 2007, i dati di chi richiede la detrazione e il beneficiario del bonifico.

Esiste anche un’altra procedura per accedere alle detrazioni, disposta dal comma 344 della finanziaria 2007: seppure possibile sulla carta, è obsoleta a causa di mutamenti normativi. Riguarda, oltretutto, i lavori eseguiti nell’ambito di risanamenti più generali.

Gli incentivi in conto termico

Le caldaie a biomasse sono sostenute anche dal cosiddetto Conto Termico: una misura che, per i privati, eroga contributi sulla sostituzione di impianti esistenti con sistemi alimentati da rinnovabili. Il contributo in denaro è concesso dal GSE, la società del Ministero delle finanze che gestisce i servizi energetici. Finanzia l’acquisto di stufe, termocamini e caldaie a biomasse installate in sostituzione di impianti già esistenti a gasolio, olio combustibile o carbone. Il contributo, che non è cumulabile con le detrazioni, copre percentuali variabili a seconda dell’efficienza dell’impianto e della zona climatica in cui è ubicato e viene erogato in un’unica tranche se inferiore a 5.000 euro (per importi superiori, in due anni). La richiesta degli incentivi si presenta entro 60 giorni dalla conclusione dell’intervento utilizzando i moduli presenti sul sito di Gse: collegandosi al Portaltermico è possibile trovare il catalogo con la documentazione di numerosi impianti incentivati. Basta un click per inviare tutta la documentazione sull’apparato prescelto. Grazie al mandato irrevocabile di incasso è possibile cedere il credito alla ditta di installazione.

Certificazione UE

In soccorso del consumatore, confuso dai mille tecnicismi di un settore in rapida evoluzione, ci sono le certificazioni energetiche. L’Unione Europea il 1 aprile 2017 ha introdotto la nuova etichettatura che, come capita per lavatrici e frigoriferi, permette di scegliere le caldaie sulla base di standard oggettivi, su tutte l’indice di efficienza energetica (EEI). I prodotti vengono così suddivisi in nove categorie in ordine di efficienza, da G a A++. Il sistema ha l’obiettivo di offrire a chi compra informazioni facilmente riconoscibili, per comparare in modo semplice e intuitivo l’efficienza di ogni apparecchio a biomasse.

Certificazioni AIEL

Anche l’Aiel, l’associazione italiana energie dal legno, a fine 2016 ha introdotto una nuova classificazione per stufe, caminetti e caldaie a legna, pellet e cippato. Si chiama “Aria Pulita”. Il sistema cataloga i generatori sulla base delle performance in termini di emissioni e rendimento, e assegna un numero di stelle crescente da 1 a 4. Per promuovere una maggior diffusione di apparecchi di qualità, la certificazione “Aria Pulita” viene assegnata soltanto da 2 stelle in su.

di Lorenzo Bernardi e Maria Chiara Voci

© Riproduzione riservata.

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