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Cosa merita di restare

di Carlotta Rocci

Cosa merita di restare

Uno sguardo obliquo per individuare quel che vale la pena traghettare nel futuro e quel che, invece, può essere lasciato andare

È uno sguardo senza ombra di nostalgia quello di Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra, fondatori dello studio Barreca & La Varra di Milano, un metodo che ha guidato molti dei progetti con cui hanno recuperato edifici che avevano un legame con le vie e i territori che abitavano, con la storia di interi quartieri.

Barreca, prematuramente scomparso, ci aveva lasciato i suoi pensieri profondi in un dialogo con il socio La Varra che qui riportiamo per intero in omaggio alla recente perdita.

Cosa merita di restare

Di fronte a un progetto di recupero, qual è la prima domanda che vi fate come progettisti?
Oggi bisogna distinguere: parliamo di un edificio sottoposto a vincoli oppure no? Perché nel primo caso avremo margini di manovra minori. La seconda domanda riguarda il tipo di vincolo: alcuni come quelli monumentali impongono regole più stringenti, altri, come quelli di tipo paesaggistico, hanno un carattere più leggero.

Come si capisce cosa vale davvero la pena salvare?

Alcuni edifici suggeriscono essi stessi quali elementi abbiano l’energia, la struttura e le potenzialità per essere proiettati nel futuro. Il compito dell’architetto è dialogare con il complesso per cogliere questi aspetti. Un esempio è il recupero di via Sarpi, a Milano, un intervento che interessa un isolato compreso tra via Bramante, via Paolo Sarpi e via Niccolini. In questo caso è stata conservata integralmente la facciata. Si tratta di un recupero filologico: gli interni saranno demoliti e ricostruiti mantenendo la filosofia originaria del lotto, con le tre corti in sequenza. Una scelta dettata non soltanto dai vincoli, ma anche dalla convinzione che preservare la facciata conferisca valore all’intero progetto.

Quindi a volte si va oltre il vincolo?

Spesso. Talvolta il recupero assomiglia al gesto di prendere parole antiche per costruire un linguaggio nuovo. È accaduto, per esempio, nell’intervento tra via Cantù e via Orefici, a Milano, dove il progetto si è sviluppato come una sequenza di episodi capaci di mettere in relazione il vecchio con il nuovo. Lo stesso approccio è stato adottato nel recupero dell’ex Cotonificio Bassetti di Conegliano e dell’ex Macello di Milano

C’è un elemento che più di altri guida il processo?

Dipende dall’edificio e dal contesto. A volte è il volume a dominare il progetto. È successo a Scandicci, dove il recupero di un edificio inserito in una piazza soggetta a vincolo paesaggistico ha portato a mantenere i volumi originari, pur modificando radicalmente la composizione architettonica. Ogni edificio contribuiva infatti a raccontare la storia di un luogo eterogeneo e dall’identità molto forte. In altri casi sono altri aspetti a guidare le scelte. In via Vittor Pisani, a Milano, la trasformazione è stata completa, ma è stata posta grande attenzione alla continuità cromatica. Il colore, infatti, è parte integrante della memoria di una città, anche se spesso viene considerato un elemento secondario. Non sempre, dunque, è il carattere del singolo edificio a prevalere: talvolta sono le caratteristiche dell’intero contesto urbano a orientare il progetto.

Integrare il vecchio e il nuovo significa anche portare nuove tecnologie in edifici che non le avevano previste. Come?

Si sta sviluppando una nuova sensibilità progettuale che punta a integrare le tecnologie contemporanee sfruttando le peculiarità dell’esistente. Gli edifici più datati presentano spesso forme di eccedenza: maggiori altezze, muri più spessi, dimensioni generose. Tutti elementi che possono essere valorizzati. È quanto avvenuto con il progetto 5Square, in via Antegnati a Milano. Le altezze disponibili, impensabili in una nuova costruzione di housing sociale, sono state mantenute e valorizzate. In collaborazione con gli ingegneri, si è studiata la struttura dell’edificio per individuare spazi e spessori in grado di accogliere nuovi impianti e cablaggi. «Il trucco è imparare a guardare l’edificio con la coda dell’occhio, da una prospettiva diversa.» Talvolta accade anche il contrario: un edificio industriale convertito a uso residenziale perde parte della sua impiantistica originaria e proprio gli spazi liberati diventano l’occasione per integrare nuove tecnologie.

Mantenere il più possibile o solo lo stretto necessario?

Non esiste una risposta univoca. Serve un’analisi pragmatica delle qualità dell’edificio, libera dall’idea che l’architettura possa risolvere da sola i problemi della trasformazione urbana. Se il vero elemento di interesse è il sopralzo o il basamento, più che la facciata, il progetto si concentrerà su questi aspetti. Rafael Moneo, nel libro La solitudine degli edifici e altri scritti, esprime bene un principio condiviso:

Il modo migliore per preservare un edificio è costruirlo una prima volta e poi ricostruirlo ogni volta affinché sia adeguato al tempo, ai costumi e al luogo che lo producono.

Da qui prende forma il processo di integrazione tra ciò che esiste e ciò che viene aggiunto.

Come si inserisce la scelta dei materiali?

I materiali fanno parte del dialogo tra passato e presente. Talvolta vengono conservati, altre volte sono destinati a scomparire perché privi di valore specifico. La situazione cambia sensibilmente tra edifici storici e costruzioni più recenti. Esiste infatti una fascia intermedia composta da edifici che non sono ancora considerati storici, ma che hanno già acquisito una loro memoria. In questi casi le decisioni risultano meno nette, anche rispetto ai vincoli imposti dalle soprintendenze. In via Valtorta, a Milano, durante un intervento di recupero è stata rinvenuta una scala in marmo rosso di Verona con una ringhiera in acciaio risalente agli anni Settanta-Ottanta. Un elemento capace di raccontare la cultura industriale di quell’epoca e che è diventato il punto di partenza del progetto.

Alla fine, dove finisce il vecchio e dove comincia il nuovo?

Progettare sull’esistente è un’operazione di microchirurgia applicata a un organismo, talvolta antico. Si interviene con precisione, nella consapevolezza che ogni scelta attiva una catena di relazioni tra ciò che c’era, ciò che esiste e ciò che verrà. Il nuovo e l’antico, più che contrapporsi, finiscono così per dialogare continuamente, dando vita a un’architettura capace di evolvere nel tempo senza perdere la propria memoria.

Articolo pubblicato su Casa Naturale di maggio – giugno 2026

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