Oggi il 90% della popolazione mondiale si nutre di grano, riso, mais, olio di soia e di palma. Una dieta standard che uccide la varietà e rende meno resiliente il sistema cibo. Ma non deve essere per forza così: la rivoluzione parte dai nostri piatti. Parola di Simran Sethi

Simran Sethi: pane, amore e biodiversità

È significativo che il best seller della giornalista indo-americana Simran Sethi, “Bread, Wine, Chocolate”, cominci con due citazioni letterarie.

Da una parte, c’è la madeleine di Marcel Proust: il pezzettino di brioche che, inzuppato nel tè, riporta a galla il tempo perduto dell’infanzia e della giovinezza. La memoria, le relazioni familiari, l’amore. Dall’altra, la frase dello scrittore contadino Wendell Berry, emblema dell’America rurale e dell’antico timoroso rispetto per la natura, che suona come un monito nei confronti della moderna noncuranza per il cibo: «mangiare è un atto agricolo». Ed ecco il lavoro, le relazioni sociali, il legame con la terra.

Il libro di Simran Sethi, un sorprendente viaggio intorno al mondo per raccontare l’origine dei cibi più comuni e più amati, si muove appunto fra i due poli – complementari – dell’amore e della responsabilità, dimostrando come parlare di alimentazione significhi in realtà affrontare tutti i grandi temi della nostra civiltà. «La storia del cibo è la nostra storia. Ciò che mangiamo rivela ciò che siamo, e le nostre scelte danno forma al mondo in cui viviamo – spiega l’autrice, incontrata al Festival del Giornalismo Alimentare di Torino – Attraverso il cioccolato o il vino, il pane, la birra o il caffè posso così parlare di economia, geopolitica, società e questioni ambientali. Ed è molto più semplice e immediato far arrivare un messaggio se si passa attraverso il gusto, creando una connessione con il piacere e l’amore».

Il messaggio che sta a cuore a Simran Sethi, quello per cui il suo lavoro ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti, è la difesa della biodiversità agroalimentare. Secondo la Fao, il 95% delle calorie consumate nel mondo proviene oggi da appena trenta specie, fra animali e vegetali. Una vera miseria, se si considera che solo le piante commestibili note sono circa 30mila.

Non è forse intuitivo parlare di perdita di varietà quando, entrando in un qualsiasi supermercato, ci si trova di fronte a scaffali pieni zeppi di prodotti diversi; ma a uno sguardo più approfondito, la realtà è un’altra. In un Walmart americano, Sethi ha, ad esempio, contato più di 150 gusti di gelato e una ventina di tipi di patatine fritte: il latte per fare il gelato, però, proviene al 90% da un’unica razza di mucche, la frisona, mentre al reparto verdura non si trovano di solito più di quattro o cinque varietà di patate, a fronte delle centinaia esistenti.

Motivo di tale povertà di scelta non è la scarsa fantasia degli agricoltori, ma la vittoria di un sistema industriale che ha imposto, di fatto, una dieta standard globalizzata. «Il 90% della popolazione mondiale si nutre principalmente di grano, riso, mais, olio di soia e di palma. Coltiviamo un solo tipo di riso, un solo tipo di mais, sempre quello. E dire che diversificando le coltivazioni, oltre ai vantaggi per il gusto, avremmo anche sistemi produttivi più resilienti, piantagioni più resistenti a epidemie, parassiti e intemperanze meteorologiche».

Se sono molte e complesse le ragioni di questa perdita di biodiversità, per contrastarla il primo passo è senza dubbio la conoscenza. «La gente deve capire che ciò che mangia non arriva semplicemente dagli scaffali del supermercato. Questo cibo ha avuto inizio da qualche parte, è cominciato con delle mani affondate nella terra, ha una lunga storia da raccontare, fatta di persone, di passione e di fatica. Questo intendo quando dico che il cibo è relazione e amore».

E imparando a conoscere chi produce e come produce, si impara anche a scegliere. «Bisognerebbe ricominciare a frequentare i piccoli negozi, i mercati dei coltivatori diretti. Forse è meno conveniente e veloce, ma è così che si creano le relazioni. Quel che dice Wendell Berry è che siamo connessi alla terra, ciò che mangiamo si riflette sul nostro ambiente, modella il territorio intorno a noi. È nostra responsabilità. Non siamo solo consumatori, ma coproduttori. E possiamo diventare co-conservatori uscendo dalla nostra dieta standardizzata e mangiando varietà più rare, che altrimenti non verranno più coltivate e spariranno. Sono scelte che possiamo fare in prima persona – conclude – e sono scelte deliziose!».

di Giorgia Marino

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