Less is more: vivere in una tiny house mobile

Ridurre è l’imperativo dell’epoca in cui viviamo. Tagliare i consumi, minimizzare gli sprechi, contenere l’espansione urbanistica e l’utilizzo di suolo, diminuire le emissioni di anidride carbonica. In una parola, ridimensionare le nostre vite, che avevano (hanno) preso una piega oversize non più sostenibile per il Pianeta. Se una rivoluzione nelle abitudini quotidiane è già in atto, c’è chi ha deciso di dare un’accelerata cambiando il proprio stile di vita a partire dalle dimensioni della casa.

Nasce così il fenomeno delle tiny house. “Tiny”, che vuol dire “minuta” e non semplicemente “piccola”, è un’abitazione ridotta ai minimi termini, all’essenziale: fuori gli orpelli, via i metri quadrati. Diffusosi negli Stati Uniti nel corso degli ultimi vent’anni, più che un trend, quello delle tiny house è un movimento d’opinione, cresciuto in controtendenza rispetto allo sviluppo abnorme di un mercato immobiliare con abitazioni sempre più grandi e inutilmente costose.

Passare al piccolo è diventato allora per molti americani (e oggi anche per un numero crescente di europei) una liberazione: dalla prigione del mutuo, dalle tasse, dalle ingenti spese di mantenimento e dalle bollette salate. Al risparmio economico, si aggiunge poi il gusto per una vita più leggera. Meno spazio da gestire significa non solo meno consumi, ma anche la necessità di liberarsi delle cose inutili e la fine del bisogno di comprarne altre.

I proprietari di tiny house (e ci sono studi a dimostrarlo) diventano inoltre più sensibili alle tematiche ambientali, stanno attenti a non sprecare e cercano di alleggerire in ogni modo la loro impronta ecologica. Infine, tutta questa leggerezza si traduce in una maggiore apertura mentale e in una propensione al viaggio e all’avventura. Insomma, se ridimensionare può sembrare a prima vista una rinuncia, a conti fatti c’è solo da guadagnarci. Less is more.

VIVERE IN 9 METRI QUADRATI

La tiny house su ruote aVoid, progettata dal giovane designer Leonardo Di Chiara, è la più piccola abitazione mobile costruita in Italia: una vita intera stipata, anche piuttosto comodamente, in soli 9 metri quadrati. Il segreto è un’attenta progettazione su misura, che sfrutta arredi a incastro e scomparsa per far stare in uno spazio ridotto al minimo tutto ciò che occorre ad una normale quotidianità. Improntata ai principi della sostenibilità, aVoid è disegnata per la massima efficienza energetica ed è dotata di impianto fotovoltaico, wc compostante e sistema di raccolta dell’acqua piovana.

PER MOLTI MA NON PER TUTTI

Abbiamo voluto fare qualche domanda a Leonardo Di Chiara, architetto e membro della Tinyhouse University di Berlino.

Come si definisce una tiny house? Esistono dei parametri o delle caratteristiche specifiche?

Più che per le dimensioni, credo che il modello tiny house si definisca per la scelta di uno stile di vita, da ricondurre alla filosofia del minimalismo e del riduzionismo. Per ognuno il concetto di “tiny”, piccolo, si delinea in base alle abitudini a cui rinuncia. Ridurre, per chi è abituato a case da 100 mq, può significare un’abitazione di 40 mq. Per quanto mi riguarda, la riduzione massima corrisponde a uno spazio di 9 mq: la casa dove vivo oggi. Se vogliamo definire uno standard, possiamo parlare di 10-20 mq per abitazioni da una o due persone e di circa 50 mq per una famiglia. La tiny house non deve necessariamente essere su ruote, può anche essere fissa. In questo caso si costruisce in genere una base in cemento armato, oppure in mattoni o terra compatta, dove montare la struttura della casa. Non si tratta però di fondazioni profonde, visto che l’edificio è in genere basso e leggero e non ha problemi di stabilità. La struttura è sempre disconnessa, così che, eventualmente, possa poi essere smontata, visto che la maggior parte delle tiny house sono prefabbricate.

La prefabbricazione è infatti uno dei fattori di successo di questo modello abitativo…

Sì, anche per una questione economica. La prefabbricazione costa meno, è un processo standardizzato. Anzi, la casa stessa, in questo caso, diventa un “prodotto” brandizzato. La si compra perché si ama lo stile di un marchio, come nel caso di Muji, che in Giappone vende moltissime tiny house.
Oltre ai costi ridotti, un prodotto standardizzato consente di avere molte più informazioni in anticipo sulle prestazioni della casa: si può sapere con precisione quanto consuma, quanto traspira, qual è la sua impronta ecologica. Insomma, è un prodotto controllato e verificato. L’aspetto negativo è la perdita di unicità: si acquista un prodotto uguale agli altri e la casa smette di essere percepita come il risultato di una storia personale, di stratificazioni accumulate durante gli anni. Aspetto questo che, soprattutto in Italia, è tradizionalmente importante. E che perciò ho deciso di recuperare in qualche forma nel mio progetto aVoid. Ho declinato questo bisogno di personalizzare e costruire con le proprie mani attraverso un sistema di arredi trasformabili. “A Void” significa letteralmente “un vuoto”. All’inizio la casa è una scatola vuota, ma via via che si aprono gli arredi, in diverse combinazioni, l’ambiente si trasforma e si costruisce. Ogni volta che si fa la “fatica” di aprire e chiudere letto, tavolo, sedie, cucina si ricostruisce da capo la propria abitazione e ci si appropria di un posto che è solo il nostro.

Quali materiali si utilizzano per la costruzione?

Il legno è senza dubbio il più usato. C’è però il problema del peso e della poca rigidità, che per i miei arredi mobili a incastro può risultare a volte problematica. Vorrei provare l’alluminio per la struttura, con un isolamento in fibra di legno. Negli Stati Uniti si costruiscono tiny house addirittura in acciaio, ma sono molto pesanti.

Scegliere di vivere “in piccolo” riduce anche gli impatti sull’ambiente. Qualche esempio?

Le tiny house sono in genere molto efficienti grazie alle loro dimensioni ridotte e all’involucro, che è nella maggior parte dei casi in legno. I consumi per riscaldamento e climatizzazione si riducono quindi al minimo. Per aVoid, in particolare, ho creato un involucro compatto senza ponti termici: è come vivere dentro una coperta. Anche le finestre, le aperture e le superfici esterne sono studiate in base a criteri di efficienza. Ho sfruttato la mobilità della struttura a questo scopo. Il lato con le vetrate è da posizionare verso sud in inverno, così da beneficiare dell’irraggiamento solare per scaldare. L’altro lato è invece completamente bianco con una sola piccola finestra per la ventilazione naturale: esponendolo a sud in estate, si mantiene fresco.
Per l’energia, sfrutto un pannello fotovoltaico a cui cambio posizione a seconda delle stagioni. Da solo non è però sufficiente per il riscaldamento invernale, così per integrarlo uso un sistema a diesel simile a quello dei camper, ma consumando decisamente meno: i camper infatti sono in lamiera, hanno cioè un involucro che disperde calore. Nella mia piccola casa, invece, è sufficiente a volte la presenza di due o tre persone per riscaldare.

E per l’approvvigionamento di acqua?

Utilizzo taniche su ruote. L’acqua grigia, cioè quella che uso per la doccia e per i piatti, la posso scaricare nel terreno perché uso detergenti biologici accuratamente scelti. Ho un wc compostante e un raccoglitore di acqua piovana sul tetto, utile se mi trovo in zone lontane da centri abitati.

Il progetto aVoid prevede dei test-living in varie città. Di che si tratta?

In pratica cedo casa mia per una notte, una settimana, un mese a persone che desiderano provare com’è la vita in uno spazio così ridotto. Ho cercato fino ad ora diverse tipologie di abitanti: lo studente, il professionista, la mamma con bambino, la giovane coppia, il pensionato… Molte volte scambio la mia casa con quella di chi vuol fare il test. Ho girato varie città in Germania, da dove è partito il progetto, in Svizzera e in Italia. Continuo a proporre test-living e ora sto cercando una coppia anziana che abbia voglia di provare.

Quali sono le maggiori difficoltà di questo stile abitativo?

Ho letto un articolo di una giornalista del New York Times che si lamentava di come la sua vita in una tiny house si sia rivelata un incubo. Elencava tutto quello che non poteva fare in casa sua: fare la lavatrice, stendere i panni, organizzare cene con gli amici… Il problema è che lei pensava di trasferire il suo precedente stile di vita da 60 o 100 mq in soli 10 mq. Ovviamente la sua vita è diventata una frustrazione continua. Se si decide di ridurre lo spazio, bisogna anche essere disposti a ripensare il proprio stile di vita. La tiny house non è per tutti, deve essere una scelta molto ponderata. Diversa è poi la questione dell’utilizzo per il turismo. E infatti questa è la via che sto percorrendo per diffondere le tiny house anche in Italia.

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