Un luogo da poter chiamare casa: alveari con vista

di Sara Perro

Un luogo da poter chiamare casa. A place to call home: un rifugio dal caos, un’oasi di quiete e sicurezza, un posto in cui rispecchiarsi. Anche piccolo, anche minuscolo. Troppe persone, nel mondo, oggi non hanno niente del genere.

Solo a New York si stima che oltre 60mila cittadini dormano ogni notte in rifugi per senzatetto; e non si contano quelli accampati per la strada, nei parchi o nei tunnel della metropolitana.

In un’epoca in cui più della metà della popolazione globale vive in aree urbane, quella degli homeless è una questione che va affrontata partendo dalle città. Come ha fatto lo studio di architettura Framlab con il progetto Homed.

Alla cronica mancanza di suolo edificabile della Grande Mela, Framlab risponde sfruttando la verticalità della megalopoli. Le “celle” esagonali di Homed si aggregano con strutture leggere in micro-quartieri sospesi, come alveari, sulle pareti cieche dei palazzi.

Ogni modulo, stampato in 3D con bioplastica riciclata, rivestito internamente di legno laminato e completamente personalizzabile, è un vero mini-appartamento. E offre ai senzatetto non solo riparo dalla notte, ma anche privacy e, soprattutto, la possibilità di ricostruire la propria autostima. 

di Giorgia Marino

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