Fiumi fantasma

In inglese, li chiamano “ghost rivers”, fiumi fantasma. In Italia si usa un termine decisamente meno poetico, anche un po’ cacofonico, ma che riassume perfettamente la violenza di una pratica innaturale e, ad oggi, sempre più pericolosa: la “tombatura”.

Secondo una recente stima, si contano in tutta la penisola 12mila chilometri di corsi d’acqua tombati. Fiumi, torrenti e rivi, letteralmente sepolti dal cemento dei centri abitati, strozzati in argini di calcestruzzo e ingabbiati in canali artificiali, che scorrono sotto palazzi, strade, fabbriche e uffici. Se la pratica ha origine nell’Ottocento, quando i rivi minori – vere fogne a cielo aperto – si coprivano per risanare le città, è stato il boom edilizio tra gli anni Sessanta e Ottanta a rendere sempre più frequente il ricorso a queste opere di “correzione” idraulica. Con l’aggravante che, ormai, le “casse di espansione” esterne ai centri urbani, cioè le aree paludose o agricole in cui si sfogavano gli eccessi d’acqua stagionali, non ci sono più: occupate da costruzioni, parcheggi, capannoni industriali, in un Paese con un tasso di consumo di suolo pari a 30 ettari al giorno.

I fiumi fantasma, però, sono vivi e tendono a esplodere fuori dalle proprie tombe di cemento ogni volta che la troppa pioggia ne ingrossa le acque. La frequenza aumenta, a causa del cambiamento climatico. Le conseguenze sono devastanti, come si è visto a Livorno o a Genova.

Manutenzione e monitoraggio diventano ovviamente imprescindibili. Ma c’è anche un’altra strada: rinaturalizzare i corsi d’acqua, liberarli dalle prigioni. Come si sta facendo a Torino (nella foto) per un tratto del fiume Dora, tombato dagli anni Cinquanta. La lingua inglese ha una bella parola per definire anche questo: “daylighting”. Ridare la luce.

  • 12 mila chilometri di corsi d’acqua tombati in italia
  • 30 ettari al giorno di suolo consumato
  • 5 milioni* italiani in aree a rischio idrogeologico
  • 6 miliardi* di euro di danni causati dal maltempo nel 2013-2016
  • 140 morti* 40 mila evacuati dal 2010 al 2016 a causa di inondazioni

*Dati rapporto di Legambiente “Ecosistema Rischio 2017”

di Giorgia Marino

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