La fine della notte: il problema dell’inquinamento luminoso

«E quindi uscimmo a riveder le stelle». Se Dante, per effetto di un salto temporale, fosse risbucato dagli Inferi direttamente nel XXI secolo, avrebbe avuto una brutta sorpresa a causa dell’inquinamento luminoso. Il cielo stellato, da sempre punto di riferimento e ispirazione per l’arte, la scienza, la filosofia e la religione, è oggi quasi scomparso in molte parti del mondo.

Per colpa dell’eccessiva illuminazione artificiale, circa un terzo della popolazione del pianeta non può più vedere la Via Lattea. Percentuale che in Italia, il paese del G20 più colpito dal problema, sale al 77%, come emerge dai dati dell’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso curato da Fabio Falchi.

Vista dal satellite, la penisola di notte è una trapunta di luci, con rare zone ancora scure e una fitta e compatta area dorata che copre la Pianura Padana, una delle regioni al mondo più “malate” di sovra-illuminazione.

E se la fine del buio, oltre ad essere una sciagura per gli astronomi, fa male allo spirito e alla fantasia, anche i danni fisici sono ormai comprovati. La continua esposizione a luci artificiali inibisce la produzione di melatonina, l’ormone del sonno, ed è correlata non solo all’insonnia, ma a patologie come obesità, depressione, diabete e persino all’infarto e al cancro.

Insomma, sarebbe ora di spegnere la luce e dormire. Ma non è così semplice.

 

di Giorgia Marino

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