Giocattoli ecologici, pedagodia e ludodiversità

Se di ecologia del gioco si vuol parlare, allora non si può fare a meno di affrontare il discorso dei passatempi in via di estinzione e della scomparsa della biodiversità ricreativa. O meglio, della ludodiversità. Il termine lo ha coniato Antonio Di Pietro, pedagogista ludico, docente universitario e referente nazionale del LudoCemea, rete internazionale di ricerca indipendente sul mondo del gioco.

«Il tema dei giochi e giocattoli ecologici comprende almeno tre ordini di significato – spiega Di Pietro – Innanzitutto c’è la questione della sostenibilità ambientale. Ci si riferisce allora a oggetti fatti con materiali naturali, come il legno, il caucciù, la bioplastica, o magari proprio ricavati da materie riciclate e scarti».

Che si tratti di aziende storiche che portano avanti la tradizione del legno, di piccoli artigiani o di start-up che vendono online, ciò che accomuna i prodotti, in questi casi, non è solo l’attenzione alle materie prime, ma anche una certa idea di pedagogia “alternativa” rispetto ai modelli di tv, videogame e multinazionali.

«È il secondo significato di ecologico: quali valori veicolano i giocattoli? cosa possono insegnare ai bambini?».

Infine, si arriva al concetto di ludodiversità.

«Purtroppo la varietà nel gioco è sempre più ristretta. Non tanto a livello di prodotti sul mercato, quanto sul piano dell’immaginario. Pensiamo alle mele: siamo abituati a vederne 5 o 6 tipi al massimo sugli scaffali del supermercato e non immaginiamo neanche che ne esistano centinaia di varietà. Allo stesso modo nei bambini viene meno il pensiero delle alternative possibili ai soliti giochi, anzi, ce ne sono tanti ormai in via di estinzione. Si pensi a quelli di cooperazione, come il girotondo. Stanno sparendo, soppiantati dai giochi competitivi. Ma il bambino ha bisogno di attività per costruire il suo sistema di relazioni, e la competizione non è tutto». «Altro elemento da proteggere è poi il gioco autonomo, cioè la capacità di inventarsi il proprio passatempo con ciò che capita davanti, magari con materiali di recupero che si possono trovare in casa. I piccoli sono grandi amanti dei materiali di scarto. Un barattolo vuoto, un pezzo di tubo in gomma, del legno, della stoffa possono assumere la forma che si desidera e attivano l’immaginazione in modo diverso da un giocattolo che è già predisposto per una certa funzione. Insomma – conclude Di Pietro – la parola d’ordine è libertà. Lasciamoli giocare!».

di Giorgia Marino

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