Gas naturale, sì, ma comunque radioattivo

Invisibile, inodore e letale, ecco tre aggettivi, che caratterizzano il radon, un gas naturale radioattivo, presente nel sottosuolo, che con estrema facilità può introdursi nelle abitazioni, avvelenando l’aria. Un rischio reale, soprattutto per chi vive ai primi piani di un edificio. Perché – a partire da alcune regioni, fra cui Lombardia, Lazio e Campania, dove la concentrazione media dell’elemento è più elevata per ragioni di composizione del sottosuolo – potenzialmente tutti gli alloggi prossimi al piano campagna, se non protetti da adeguato isolamento, sono toccati dal problema.

Eppure, anche se il nemico è poco sconosciuto, è in agguato.

Un nemico nascosto

L’Organizzazione mondiale della sanità, attraverso l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, lo ha inserito nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’essere umano, insieme ai più “noti” tabacco e amianto.

Sempre secondo l’Oms, questo elemento chimico identificato sulla tavola periodica dal numero 86, rappresenta la seconda causa di tumore al polmone, preceduto soltanto dal fumo di sigaretta.

Le origini di questo gas naturale

Il radon nasce dal decadimento del radio, a sua volta prodotto dalla trasformazione dell’uranio presente nelle rocce, nell’acqua e in alcuni materiali da costruzione. Si tratta comunque di un gas naturale, non prodotto dall’Uomo.

Ogni processo di trasformazione produce radiazioni nocive all’Uomo, che rimangono in vita circa quattro giorni. Insinuandosi nelle crepe del terreno, il gas può raggiungere velocemente l’esterno, dove si disperde, oppure attraverso fessure o canalizzazioni degli impianti elettrici, idraulici e di scarico, le abitazioni a diretto contatto con il suolo. In quest’ultimo caso, accumulandosi all’interno dell’alloggio, i prodotti del decadimento del radon rendono l’aria satura di particelle solide altamente radioattive, che si attaccano ai tessuti polmonari, aumentando il rischio di contrarre un tumore.

Chi rischia con il radon

I locali più a rischio sono quelli interrati, seminterrati e al piano terra, mentre è più difficile che il radon si spinga oltre il primo piano. Edifici “sensibili” risultano, quindi, le scuole (soprattutto asili nido e materne), le strutture ospedaliere e i seminterrati dei luoghi di lavoro. In questi spazi, ogni anno, è obbligatorio misurare la concentrazione media di radon. Sebbene il radon sia presente ovunque, in alcune tipologie di terreni, ad esempio granitici o vulcanici, la concentrazione del gas è più elevata e, di conseguenza, i rischi per chi abita in queste aree sono maggiori. È stato comunque provato che è più dannoso essere esposti a bassi livelli per tempi prolungati che a concentrazioni elevate per tempi più brevi.

Come si previene

Le due parole d’ordine da tenere a mente per contenere i rischi dovuti all’esposizione sono prevenzione e attenzione.

La prima si riferisce a tutti quegli accorgimenti che devono essere adottati durante la progettazione e la costruzione o il recupero di un edificio. In questa fase, è consigliabile evitare qualsiasi canale di comunicazione tra aree abitabili e altre zone, a contatto con il terreno. Ad esempio, qualora sia previsto un vano scala che conduce alle cantine, è necessario realizzare una porta che sigilli l’accesso.

Altrettanto importante è evitare di far scorrere dal terreno le condotte degli impianti (acqua, elettricità, gas, ecc..), preferendo il passaggio dalle pareti laterali.

Un buon isolamento termico e un sistema di areazione efficiente, anche attraverso la realizzazione di moderni vespai (associati a speciali membrane anti radon) contribuiscono a migliorare la ventilazione all’interno dell’abitazione. Anche la scelta dei materiali da costruzione contribuisce a ridurre il rischio di contaminazione. Sono da evitare tufo, pozzolane e graniti, mentre per le fondamenta, grazie al suo elevato grado di isolamento, si rivela ottimo il cemento armato.

La seconda parola chiave è attenzione, quella di cui necessitano le abitazioni di vecchia costruzione. Una casa realizzata su un terreno potenzialmente radioattivo può essere comunque abitabile, anche se la bonifica è un procedimento complesso e in molti casi oneroso. Gli interventi consistono nel migliorare l’isolamento della base dell’edificio; creare una sovrappressione nella zona sottostante, così da ottenere una pressione contraria opposta a quella del radon, sfavorendone l’ingresso; sigillare eventuali crepe e fessure in pareti e pavimenti a contatto con il sottosuolo. Infine, migliorando la ventilazione attraverso sistemi naturali e forzati, si ottiene un ricambio d’aria continuo, che non consente alle particelle radioattive di accumularsi negli ambienti chiusi.

 

 

 

di Marco Panzarella

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