Carlo Ratti, architetto

Città capaci di sentire

Città capaci di sentire. La “visione” è quella di Carlo Ratti. Architetto e ingegnere. A tutti gli effetti, uno dei grandi intellettuali italiani del XXI secolo. La rivista Esquire lo ha inserito tra i “Best & Brightest”, mentre Forbes lo colloca tra i “Nomi da Sapere”. I guru hi-tech di Wired ritengono sia una delle “50 persone che cambieranno il mondo”. Direttore del Senseable City Lab, al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, è un professionista multidisciplinare. Il suo lavoro si basa su una commistione fra architettura, sociologia degli spazi pubblici, big data e smart-tech.

Quale città immagina per il futuro? 

«Una città più umana. Non solo “capace di sentire” attraverso sensori digitali, ma anche di essere “sensibile” ai bisogni dei propri cittadini. Un luogo che sia il risultato del progressivo ingresso delle tecnologie digitali e del cosiddetto Internet delle Cose nelle vite private e nello spazio comune. Città capaci di trovare soluzioni nuove per vecchi problemi. Dalla mobilità al consumo energetico, dall’inquinamento allo smaltimento dei rifiuti».

Una città sensibile è anche più naturale? 

«Grazie ad alcune nuove tecnologie di coltivazione, dall’idroponico al vertical farming, oggi esistono sperimentazioni molto interessanti. Numerose città stanno portando avanti progetti di rilievo in questo campo. Singapore, ad esempio, sta studiando fattorie verticali con cui coprire le facciate dei propri grattacieli. La speranza è che le nuove tecnologie possano permettere domani un’inedita integrazione tra natura e cultura. Mi hanno sempre affascinato le parole di Elysée Reclus, il geografo anarchico francese della fine dell’Ottocento. Scriveva che l’uomo dovrebbe avere un doppio vantaggio: l’accesso ai piaceri della città, alle opportunità che offre, allo studio e alla pratica dell’arte, e, allo stesso tempo, la possibilità di godere la libertà che si trova nella natura».

Come animeranno le Intelligenze Artificiali le nostre città sensisbili? 

«Con i Big Data possiamo moltiplicare all’infinito le nostre scelte. Quello che facciamo più spesso, tramite un sistema come Amazon, è sgomberare, di fatto, dal nostro campo visivo gli articoli che non conosciamo, confondendoli con quelli che non ci interessano. Questa logica rischia di privarci di una delle esperienze più importanti della vita. Cioè la serendipity, il trovare qualcosa che non stiamo cercando. Vale per qualunque cosa: per il cibo che mangiamo, per i libri che leggiamo. Se eliminiamo la serendipity dalle nostre vite rischiamo una progressiva chiusura mentale. Insomma, l’ampiezza della scelta, se gestita in questo modo, viene a servire gli interessi del consumatore soltanto in apparenza. La realtà è che quel vantaggio apparente può trasformarsi in un rischio, tanto più grave quanto meno ne siamo consapevoli».

In che modo il city making può creare città coese e inclusive? 

«Il tema della coesione sociale è fondamentale. Da sempre, le disuguaglianze fanno parte dell’esperienza urbana, ma quando si acuiscono, creano fratture difficili da ricomporre. In questi mesi, con il nostro laboratorio al MIT, abbiamo avviato un progetto di ricerca per definire nuovi criteri per misurare la segregazione etnica e sociale in diverse metropoli del mondo. L’obiettivo è combinare informazioni socioeconomiche con dati sulle comunicazioni telefoniche tra persone di diversi gruppi sociali e cercare di capire meglio fino a che punto un determinato contesto urbano possa ricomporre le proprie fratture sociali. Si può imparare anche dall’osservazione dei casi che offrono esempi più positivi».

Le tecnologie smart possono giocare un ruolo? 

«Le città sono sempre state plasmate da una molteplicità di attori. Per questo è necessario che le tecnologie smart continuino a favorire questa dimensione inclusiva. Sono per loro natura piattaforme aperte, che prendono vita attraverso una miriade d’iniziative aggregate dal basso. In questo senso la Rete può giocare un ruolo importante».

La tecnologia non può però diventare un nemico dell’uomo? 

«Vorrei sottolineare che la tecnologia è neutrale, dipende da noi, da come la vogliamo usare. Così le reti possono diventare strumenti di controllo e, insieme all’intelligenza artificiale, creare nuovi sistemi sociali e urbani centralizzati. La pianificazione dall’alto sognata nel secolo passato da molti Stati – dall’URSS al Cile di Allende con il progetto Cybersyn dell’accademico inglese Stafford Beer – potrebbe diventare realtà. È uno degli scenari preoccupanti paventati spesso da Dirk Helbing, del Politecnico di Zurigo. Al tempo stesso possiamo immaginare la rete come strumento di emancipazione e di azione “dal basso”. Una nuova capacità di scambiare informazioni e prendere decisioni insieme ad altri cittadini. Che poi è la base della democrazia. La scelta tra questi due scenari dipende da noi».

di Emanuele Bompan

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