Aridi ma belli

Il 2017 è stato per l’Italia l’anno meno piovoso negli ultimi due secoli. I dati degli istituti di meteorologia parlano chiaro: il clima sta cambiando e non serve andare sui ghiacciai dell’Artico per rendersene conto. E all’esigenza di resilienza non sfugge, ormai, nessun aspetto della vita quotidiana. Neanche il giardinaggio. Insomma, sono finiti i tempi del placido orticoltore amatoriale che la sera si rilassava annaffiando le aiuole, con la pompa spianata a tutta potenza. Oggi si fa strada un’idea di cura del verde attenta non solo al benessere di fiori e piante, ma anche alla salvaguardia di risorse sempre più scarse come l’acqua. La chiamano aridocoltura: nome suggestivo per un concetto squisitamente pragmatico. «Si tratta di un insieme di tecniche agronomiche di risparmio idrico nate nell’ambito dell’agricoltura produttiva e utilizzate in certi tipi di colture, come l’uva o i pomodori. Ma nel giardinaggio, almeno in Italia, queste metodologie sono ancora piuttosto rare».

Filippo Marroccoli, agronomo e paesaggista, con il suo Giardino della Moscatella è appunto uno dei pionieri italiani dell’aridocoltura applicata a siepi e aiuole. In Alta Murgia, alle spalle di Bari, il suo piccolo parco botanico, aperto per visite e lezioni, è un vero e proprio esperimento di orticoltura senz’acqua, «per dimostrare – sottolinea – che si può fare davvero un giardino senza alcun tipo di irrigazione né concimazione chimica». Sempre nella sitibonda Puglia, in valle d’Itria, si trova anche il conservatorio botanico di Pomona, un museo vivente di antiche varietà di piante fondato da Paolo Belloni, milanese con la passione per la biodiversità e la macchia mediterranea. «L’interesse per l’aridocoltura – racconta – è arrivato per necessità e ha attinto dalla tradizione di una terra da secoli abituata a vedersela con estati torride e climi secchi».

Due sono i comandamenti principali, ieri come oggi: trattenere l’acqua piovana e conservare l’umidità del suolo. «Le piogge sono ormai sempre più rare e violente – spiega Belloni – e se ci si trova su terreni in discesa, come sugli Appennini, bisogna fare in modo che l’acqua non scivoli via. Io costruisco allora delle balze con monticelli di terra, che hanno la funzione di piccole dighe collegate da canaletti. Se il terreno invece è in piano, la prima regola è non arare. Portare in superficie la terra la espone infatti ai raggi solari, che la seccano, e inoltre uccide i microrganismi che la rendono fertile».

«Per conservare l’umidità – aggiunge Marroccoli – il terreno va poi sempre coperto, con erba o con piante aromatiche come il rosmarino strisciante. Si può in alternativa usare una pacciamatura organica di paglia o corteccia, oppure inorganica, come il pietrisco, che condensa l’acqua piovana. A volte, in piccoli spazi, si utilizzano manufatti come giare e altri contenitori in argilla, che, interrati sotto le piante, assorbono l’umidità e la rilasciano lentamente».

La cosa più importante, però, è la scelta delle piante. «Non è detto che si debbano utilizzare solo specie autoctone, ma è fondamentale che abbiano una certa capacità di adattamento e resistenza, quella che in botanica si chiama “rusticità” – spiega Belloni – Si tratta di caratteristiche in genere più accentuate nelle piante antiche, quelle arrivate fino a noi dopo centinaia di migliaia di anni di adattamento. Fico, ulivo, vite, melograno, mandorlo, palma da dattero. Sono le piante all’origine della sedentarizzazione degli esseri umani, le prime ad essere coltivate».

Non solo le più arcaiche specie fruttifere, tuttavia, se la cavano bene senz’acqua. Ci sono diverse varietà di leguminose, erbe aromatiche, rampicanti e fiori come la ginestra adatte a climi aridi. «Spesso però – fa presente Marroccoli – la difficoltà è dove acquistarle. In genere quelle che si comprano in vivaio, anche se si tratta di specie che in natura non hanno bisogno d’acqua, sono “viziate”. Devono dunque essere coltivate in un certo modo per risultare davvero resistenti. Insomma – conclude – l’idea è quella di creare giardini indipendenti dall’uomo. In fondo le piante, in natura, non hanno certo bisogno di qualcuno che le accudisca».

 

di Giorgia Marino

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