Cohousing è progettare insieme

Alla base ci sono le persone. Che decidono di mettersi in rete – ed in gioco – per pensare e costruire insieme la propria abitazione. A supporto ci sono i professionisti: architetti che cambiano il proprio modo di lavorare, che rinunciano a tradurre in spazi esigenze e bisogni senza conoscerli a fondo e che si mettono in ascolto, in dialogo, per costruire luoghi davvero a misura di chi li abiterà. I cohousing hanno ribaltato la filiera tipica del costruire, fatta di imprenditori, terreni edificabili e di progetti edilizi messi sul mercato nel tentativo di intercettare le aspettative di chi cerca casa. Per realizzare interventi che partono dalle persone.

Lo studio di architettura TAMassociati dal 2010 ha fatto suo questo approccio:

«Siamo partiti da un’analisi del tema – spiega Simone Sfriso, cofondatore -. I cohousing hanno una storia lunga. Nascono in Danimarca e nel mondo anglosassone già negli anni Sessanta a causa della polverizzazione della rete familiare caratteristica delle società nord europee».

L’esperienza di coabitazione nel bacino mediterraneo si è sviluppata in tempi più recenti, anche a causa di reti familiari più forti. Negli ultimi anni, la costruzione di nuovi modelli di residenza ha cominciato a generare interesse, ma è coincisa con la crisi dell’edilizia. Chi sceglie la strada della coabitazione ha interesse e voglia di condividere parte della propria quotidianità e riconosce il valore di costruire nuclei di scambio e di aiuto. Anche in risposta a un welfare che in Italia è buono, ma fa fatica a rispondere alle esigenze individuali.

«Le richieste partono quindi dalle famiglie – chiarisce l’architetto Striso -. Possono chiedere un dopo scuola comune, se sono giovani. Nel caso della terza età, oltre ai servizi, c’è il fatto di programmare insieme attività. Un valore importante che permette di costruire relazioni e sentirsi meno soli in una società che ci spinge in una dimensione di isolamento».

Le persone coinvolte possono essere simili o molto eterogenee. Difficile, per Striso, individuare una tipologia unitaria:

«Ma è proprio in questo che sta la ricchezza del progetto». TAMassociati è agli albori di una nuova iniziativa a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, dove ancora si deve costruire la rete di persone. Ha lavorato su cohousing sia in contesti rurali che cittadini. «La dimensione urbana è interessante – ammette Striso -. Offre maggiori possibilità di realizzare edifici che rispondono a bisogni diversi. Dagli studenti agli anziani. Inoltre si deve anche lavorare per il recupero e la rigenerazione del patrimonio edilizio, da adeguare alle nuove esigenze».

di Sara Perro  

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