L'abitare collaborativo parte dalla progettazione condivisa

Abitare collaborativo: l’esperienza dell’associazione HousingLab

Lo sguardo all’Europa e il cuore in Italia. L’associazione HousingLab nasce così. Dalla consapevolezza di un nuovo bisogno di abitare. Diverso, condiviso. In una parola: collaborativo.

«La nostra ricerca è partita dall’osservazione del contesto in Germania e Danimarca e dalla diffusione, anche nel nostro Paese, di nuovi modelli di vita. Cerchiamo di importare esperienze dall’estero». A raccontarlo è Chiara Gambarana, responsabile dello sviluppo dei progetti dell’associazione, nata nel 2014 da un gruppo di giovani designer. Nel 2017 hanno elaborato la prima mappatura delle abitazioni collaborative in Italia. Un concetto non ancora codificato e che comprende diverse realtà: dal cohousing alla cooperativa di abitanti, dal condominio solidale all’eco-villaggio. «L’analisi che abbiamo svolto mostra una grande varietà di casi – spiega Gambarana -. In assenza di una definizione precisa di cosa sia il fenomeno, anche un condominio che condivide spazi e servizi può considerarsi un esempio di abitare collaborativo. D’altra parte è una tendenza recente, che si sta evolvendo. Normale che i contorni siano ancora sfocati».

La mappatura ha preso in esame progetti caratterizzati da spazi di comunità esterni e interni agli immobili, come sale comuni, aree giochi, terrazzi, orti. Oppure servizi gestiti in gruppo (dalla banca del tempo ai gruppi di acquisto solidale) o per i quali sia stato avviato un processo partecipato. «Abbiamo notato che in molti casi la condivisione nasce da un contesto di conoscenza. Ad esempio, amici che vogliono realizzare la propria idea di abitare e che hanno la volontà comune di costruire un percorso, oltre che un’abitazione». La ricerca è stata portata avanti attraverso un questionario inviato a molti soggetti, tra cui la Rete Nazionale Cohousing e Legacoop Abitanti ed è stato diffuso tramite mail e social network. I dati sono stati raccolti dal 20 febbraio al 30 maggio 2017 e poi analizzati dall’associazione. Dei 40 progetti mappati 30 sono abitati, 4 in costruzione e 6 in possesso di edificio o terreno e in attesa di approvazione del progetto o dell’inizio cantiere. «Nei progetti italiani di abitare collaborativo – spiega Gambarana – in genere la composizione è eterogena, non c’è una sola categoria, ma un mix di nuclei familiari con esigenze diverse. È una buona cosa perché permette al progetto di mantenersi nel tempo».

HousingLab non si occupa solo di divulgazione sul tema, ma offre anche un servizio di accompagnamento per piccole o grandi comunità che vogliono sviluppare un proprio progetto di co-housing. Per farlo, ha costruito attorno a sé una rete di professionisti composta da architetti, urbanisti, progettisti, avvocati e commercialisti. «Accogliamo le richieste che ci arrivano e diamo supporto – spiega Gambarana -. Il progetto è loro, noi mettiamo a disposizione le nostre competenze. In questo momento stiamo seguendo un cantiere su Milano. La progettazione è stata avviata nel 2010. Tutto è partito da un gruppo di amici, ora sono dieci famiglie».

di Sara Perro

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